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Divisione Regionale 1

Eglione ci racconta la sua stagione roveretana

Simone Eglione è un coach che ha bisogno di poche presentazioni. In molti scommettevano sulla salvezza del suo San Marco Rovereto una volta prese in mano le redini della squadra. Abbiamo voluto scambiarci due parole.

Il San Marco Rovereto salvo ai play out, che stagione è stata tra l'altro subentrando in un momento complicatissimo durante la pausa invernale e occupando l'ultima posizione?

«A dire il vero è stata una stagione inaspettata e allo stesso tempo un anno dove forse non dico che dall'inizio ce l’aspettavamo, perché subentrare in un gruppo che arrivava da un momento un po’ particolare non è mai semplice. Grazie all'arrivo anche dei due ragazzi che scendevano dalla categoria superiore (Matassoni e Pizzini, N.d.a.) con la gestione della squadra siamo riusciti a trovare quella giusta punta di entusiasmo che ci ha portati poi ad ottenere i risultati attraverso anche un buon lavoro in palestra. Io l'ho chiamata già dal principio "Instant team", cioè la squadra che doveva essere subito pronta ad ottenere un risultato, quindi a trovare la chiave attraverso un lavoro diverso di fatto da quello che è un lavoro che tu fai iniziando allenando il gruppo e poi mantenendo lo stesso gruppo o modificandolo strada facendo.»

Sapendo perfettamente che sono due cose molto diverse fra loro, ma la salvezza in DR1 di quest'anno compensa la retrocessione accaduta quando allenavi il Gardolo due stagioni fa?

«Le due cose non sono di certo legate, ma la retrocessione con il Gardolo è stata un'avventura nata storta già dall'inizio e ho sempre reputato quello il mio errore di valutazione più importante di tutti gli anni che io ho passato in palestra, che sono ormai 25. Quello è stato il mio errore più grande che abbia mai fatto, tant'è che io mi ero dimesso già a febbraio, per poi rientrare per determinate circostanze. E’ stato certamente un errore di valutazione importante, che ho già dimenticato e che lascia insomma il tempo che trova. La salvezza quest’anno è stata un'iniezione di fiducia ed entusiasmo, il rimanere in serie DR1 è stato un ottimo risultato, specie se valutiamo come era messa la squadra a fine 2025 e questo per me è molto e devo ringraziare ufficialmente tutto lo staff roveretano per quello che ha fatto per me in questa stagione, non finirò mai di ringraziare questo magnifico ambiente.»

Rispetto alla serie D dei tempi d’oro, dove fra l’altro hai ricoperto un ruolo importante sulla panchina del Cus nel suo massimo splendore, è più forte la DR1 di oggi o la serie D di allora?

«Bella domanda, è un'altalena di livelli. Il livello tecnico negli anni si è susseguito, è un livello che è salito e sceso per poi risalire nuovamente. E’ ben diverso da quello che era nei tempi d'oro della serie D di qualche anno fa. Tanti anni fa sicuramente ho incontrato una serie D di livello altissimo, parlo di vent'anni fa ormai, ma negli ultimi tempi, la serie D è scesa di livello in maniera proprio netta. Poi i parametri delle categorie superiori hanno fatto sì che molti giocatori scendessero in questa serie e quindi alzassero un po’ il livello tecnico della stessa, questo sì senz’altro.»

Che giocatori trentini avresti voluto nella tua squadra, magari non appartenenti al San Marco?

«I miei sempre e comunque, senza dover andare a pescare da altre formazioni.»

C’è qualche giocatore che ti ha impressionato nelle fila degli avversari, prendendo in considerazione anche le formazioni venete?

«Su un altro pianeta nessuno, forse il più forte Pimazzoni dell'Arzignano e poi qualche under qua e là di qualche squadra veneta, ma impressionato veramente non direi. Nessuno che io ricordi al momento che potesse stare qualche categoria sopra, poi magari mi sbaglio perché non ho saputo valutare, ma direi che non ho visto talenti particolari.»

Come è stato cominciare la stagione con la semifinale di Coppa nella quale tu non avevi partecipato per qualificarti e dopo rimanere fuori subito per mano del Maia Merano alla prima partita delle Final Four?

«A dire il vero l'avevo messo in preventivato, arrivavamo all’appuntamento con uno o soltanto due allenamenti assieme alle spalle. Ero in un momento in cui avevo 20 giocatori, dai 18 ai 20, un gruppo che ha trovato una squadra strana e lanciatissima come il Maia. Per me era solamente un test per valutare i giocatori, le Final Four non avevano assolutamente altro scopo.»

La vostra concorrente Virtus Altogarda in alcuni momenti di questa stagione rispetto alla scorsa stagione è parsa a molti irriconoscibile, non di certo allo stesso livello della stagione precedente. A cosa è stato dovuto questo ritmo altalenante?

«Sicuramente l’andamento altalenante è stato dovuto ad un'emorragia importante di uomini, ovviamente il turnover ha pesato, perdere uomini importanti come Bailoni o altri di quel livello ha pesato sul bilancio generale della stagione. Il ripartire da zero con un nuovo allenatore non è mai facile, i cambi nel roster non sono mai semplici da digerire. Certezze vere e proprie non ne hai mai quando ci sono dei cambiamenti importanti. Secondo me non è stata un stagione mediocre, ci sono stati dei picchi, la Virtus quasi eliminava Creazzo ai playoff, alcune individualità sono particolarmente forti in quella squadra, il coach dovrà fare un buon lavoro per sfruttare al meglio i suoi talenti.»

Ci sarà sicuramente concorrenza da parte del Maia Merano, che sarà una novità interna in questa categoria e vorrà rompere le scatole a tutti, lo hanno detto chiaramente. Il loro punto di riferimento sono i Lagorai Wolves e puntano decisamente ai primi quattro posti, cosa ne pensi?

«Diciamo che va benissimo che qualcuno abbia questo tipo di ambizioni e che ci siano formazioni trentine con questa voglia di fare, questo alzerà il livello emotivo e tecnico di questo campionato. Che ci siano formazioni che puntano ai primi quattro posti è una cosa importante, vorrà dire che ci saranno dei derby molto sentiti e questo sicuramente farà del bene alla pallacanestro regionale.»

A livello personale immagino non sia stata una stagione facile, il subentro, la pressione per non retrocedere o per tentare di fare il massimo per salvare la squadra. Cosa hai provato dentro di te?

«Non te lo nego che ho provato di tutto in carriera, ho vinto, mentre altre volte ho perso, tante soddisfazioni ma anche delusioni, non mi sono fatto mancare nulla. Per me la salvezza del San Marco è stata una soddisfazione enorme, una stagione con un sapore molto diverso dalle altre. Devo essere sincero ho trovato dei ragazzi che sono stati superlativi, mi hanno seguito e sono stati sul pezzo. Eravamo a un certo punto proprio in simbiosi a livello mentale per raggiungere quell'obiettivo d’ansia, ero io il più stressato di tutti perché poi alla fine loro erano meno stressati di me ed è stata poi la fortuna anche in tante situazioni e quindi ha un sapore nettamente diverso questa salvezza.»

In molti dicono che senza Pizzini e Matassoni non sarebbe stata la stessa cosa e volevo il tuo giudizio su questo?

«Hanno fatto la differenza sicuramente a livello tecnico ma anche a livello ambientale, perché comunque per un gruppo che stava attraversando delle difficoltà vedersi scendere due ragazzi dalla serie C è stato sopratutto un'iniezione di fiducia e quindi questo ha fatto sì che potessimo partire con un vantaggio differente. Se avessi avuto un gruppo senza loro due non sarebbe stata la stessa cosa, insomma quindi è stata un'iniezione di fiducia per i compagni ma anche per il sottoscritto che in questo modo ha trovato già un ambiente meno negativo di quello che magari mi immaginavo di trovare appena arrivato ad allenare.»

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